Concerto del Coro della Brigata Alpina Tridentina a Piacenza

Sabato 7 marzo alle 20.30, in San Giovanni in Canale, ci sarà un concerto del Coro della Brigata Alpina Tridentina. Organizzato dalla Sezione ANA di Piacenza nel 130° anniversario della battaglia di Adua, quando il Capitano piacentino Pietro Cella si meritò la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita ad un Alpino.

Le offerte raccolte nella serata saranno devolute al Centro Aiuto alla Vita “Chiara Corbella” – Piacenza. Vi aspettiamo numerosi e portate tanti amici!!!

Un testimone vivente della Grande Guerra: il cirmolo delle Tofane

Cortina d’Ampezzo, 26 agosto 2019. Da anni sapevo dell’esistenza del “cirmolo garitta”, ma solo grazie ad un articolo recentemente uscito su una rivista specialistica ottengo qualche indicazione utile per raggiungere questo “reduce” della prima guerra mondiale ancora in vita.

Lasciata l’auto nei pressi dell’Ufficio Informazioni del Parco Naturale Dolomiti d’Ampezzo in località Pian de Loa, procedo per una comoda stradina, al momento percorsa da pochi escursionisti ma che nelle ore centrali della giornata si affolla con i numerosi turisti che vogliono immergersi tra i bellissimi e tranquilli prati e boschi del parco ampezzano, solcati dalle acque azzurre del torrente Boite. Solo una minima parte dei visitatori immagina che proprio in questi luoghi si sono svolti alcuni violentissimi combattimenti durante la Grande Guerra; di fronte a me la Croda d’Ancona con la parete verticale del Son Pauses ricorda gli inutili sacrifici dei nostri soldati che mai riuscirono a raggiungere quelle postazioni come ricorda il canto “Eravamo in ventinove/ ora in sette siamo restà / e gli altri ventidue/ sul Son Pauses li han mazzà”.
Sempre su comoda mulattiera entro nella valle di Fanes e incomincia la salita nel bosco, dove un occhio attento può individuare le tracce delle trincee. Raggiungo così la spettacolare località di Ponte Alto, dove un ponte attraversa la profonda forra scavata dal Rio Travenanzes e da cui si possono vedere le altissime cascate di Fanes. Mi incammino quindi lungo la val Travenanzes e dopo poco costeggio un laghetto alimentato da una sorgente di acqua tiepida che impedisce la formazione del ghiaccio anche in inverno, mentre nei boschi sopra al sentiero si possono scorgere ancora le tracce dello sbarramento austriaco di Fanes.
Ancora un po’ di cammino e si deve abbandonare il sentiero. Volutamente non indico la posizione e la direzione da prendere, per preservare questo luogo molto delicato. Da questo momento non si tratta più di una comoda passeggiata, ma di una vera avventura, riservata a chi è abituato a muoversi in un ambiente alpino di media montagna fuori dai sentieri segnalati. Si raccomanda quindi di essere provvisti di tutta l’attrezzatura necessaria e di registrare una traccia gps, che potrà essere indispensabile per il ritorno in caso di necessità.  

Risalgo quindi il bosco fino ai piedi di una parete da superare, individuo il passaggio consigliato dall’articolo ma, dopo un’attenta valutazione, ritengo che seppur fattibile non sia prudente seguire questa strada, soprattutto per la discesa del ritorno. Decido allora di tentare un’alternativa che, fortunatamente, riesco a trovare, riprendendo così la traccia indicata.

Ai piedi di un ghiaione una stufa in metallo testimonia la presenza di una baracca, abitata probabilmente da un numero molto limitato di soldati come indicano le rare testimonianze belliche presenti nella zona.


Seguendo le poche tracce che si intuiscono tra le rocce, gli ultimi alberi e i mughi che, a causa dell’altitudine, ormai diventano predominanti, giungo ad una postazione scavata nella roccia. Da una parte una breve galleria termina con una feritoia in cemento, probabilmente per una mitragliatrice, che domina lo sbarramento di Fanes; dall’altra sono ancora presenti i resti delle pareti in legno di una baracca quasi sospesa nel vuoto, sul vallone che scende dalle Tofane.

Qui termina il percorso e mi accorgo di non aver individuato il mio obiettivo principale, provo così a ritornare sui miei passi ed ecco che a poche decine di metri si erge tra i mughi il tronco del cirmolo. Il pino cembro, incredibilmente ancora in vita, è stato scavato al suo interno nel 1915 da un alpino, per includerlo in una baracca. Una feritoia nel tronco permetteva di osservare le linee nemiche stando al riparo. Il tutto è molto delicato, motivo per cui il percorso non è segnalato, per evitare che sia raggiunto da troppe persone.


La lettura del libro di vetta lascia capire che difficilmente più di venti persone all’anno raggiungono tale postazione, per lo più si tratta di persone accompagnate da guide locali.
È difficile descrivere le emozioni che si provano in questi luoghi, completamente isolati dal resto del mondo e dove il tempo pare essersi fermato ad un secolo prima. Impossibile non pensare agli autori di quei piccoli manufatti che hanno vissuto in quel luogo anche nelle condizioni climatiche più proibitive, viene spontaneo mettersi sull’attenti e recitare la Preghiera dell’Alpino in loro memoria.

Faccio fatica a staccarmi da quel luogo, ma le condizioni meteorologiche iniziano a cambiare e non è il caso di farsi trovare con il brutto tempo lontano dai sentieri. Ritorno sui miei passi e senza troppe difficoltà ritrovo il percorso della salita e raggiungo il sentiero principale che mi riporterà al punto di partenza, arricchito di un’esperienza molto particolare.

Memoria in musica a Treviso

Lo scorso fine settimana, con il coro della Brigata Alpina Tridentina, ho la possibilità di partecipare ad una trasferta nella bellissima città di Treviso.
Il concerto ufficiale vede la partecipazione del coro ad una serata organizzata dall’Associazione Vulnus durante la quale ai canti, dedicati prevalentemente al ricordo degli Alpini e della prima e della seconda guerra mondiale, si alternano alcuni interventi che illustravano la storia della metodologia di cura delle ferite, dai tempi degli Antichi Egizi fino ai giorni nostri, con interventi molto interessanti soprattutto per chi non era addetto ai lavori. La serata termina con una bella cena vissuta in armonia, con nuove conoscenze e ancora tanti canti insieme.
Il momento più emozionante si verifica però la domenica mattina, quando i coristi rimasti in città approfittano della disponibilità e delle competenze di Susanna e di Viola per una visita guidata alla bella città veneta. Dopo varie soste nei luoghi più significativi, giungiamo alla fontana delle tette. Inizialmente sembra una sosta quasi goliardica e ci permette di cantare due bellissimi brani di De Marzi molto apprezzati dai presenti.
Di colpo però l’atmosfera si trasforma… Viola ci racconta che quello era il luogo dove, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, i richiamati al fronte passavano per un ultimo saluto alla città, un’ultima foto, come suo zio, Alpino della Julia, che sarà poi dichiarato disperso durante la campagna di Grecia. Basta un’occhiata tra il direttore e il presidente del coro per intendersi sul da farsi e si inizia ad intonare il Ponte di Perati, nell’ultima toccante prassi esecutiva adottata dal coro da pochi mesi. Si iniziano a vedere gli occhi lucidi tra i coristi e chi ci ascolta e non mancano gli abbracci dopo il canto… Ancora una volta si è reso onore alla memoria dei nostri veci in modo del tutto spontaneo.

Le scatolette raccontano

Percorrendo i sentieri del nostro arco alpino centro orientale spesso si calpestano cocci di bottiglie e si vedono vecchie scatolette arrugginite sparse sui pendii e nei boschi; ciò generalmente porta l’escursionista a pensare che qualche turista abbia abbandonato i propri rifiuti ma, il più delle volte, a torto, in quanto ci si trova in realtà di fronte ai resti del pasto di qualche soldato.

Di fronte a questi indizi spesso basta allontanarsi di poco dal sentiero per trovarsi immersi tra le postazioni della Grande Guerra. Scatolette, cocci di vetro, ossa di animali macellati, ecc. sono tra i ritrovamenti più comuni, a volte coprono interi ghiaioni.
Le scatolette individuali rappresentavano la razione d’emergenza e potevano essere consumate solo dietro specifico ordine dei superiori. Oggi nella maggior parte dei casi si ritrovano del tutto arrugginite e riportano solo la data e qualche scritta impressa sul coperchio ma, soprattutto se rimaste protette sottoterra, possono conservare ancora gli splendidi disegni colorati dell’epoca e sono tra gli oggetti più ricercati dai collezionisti. Proprio questa estate nelle mie ricerche sul fronte dolomitico ne ho rinvenuta una bellissima di tonno che riporta la bellissima immagine di un’alpinista. L’iconografia era molto curata e serviva per lo più a scopo pubblicitario per riconoscere il prodotto ma è bello pensare che portasse un po’ di conforto anche ai soldati stessi che ne facevano uso, portando la mente alla vita quotidiana nelle loro borgate lontane dal fronte. Si trovano rappresentate scene di pesca, di vita nei campi, di sport, di personaggi storici e mitologici, e ancora opere liriche e ovviamente immagini di propaganda. I cibi contenuti erano i più svariati, dalla carne in scatola alle sardine e al tonno, poi mortadella, prosciutto, cotechino, zampone, frutta candita, cioccolato, mostarda, olio, burro, pomodoro, gulasch, ecc. solo citando quelle che ho avuto modo di rinvenire negli ultimi anni. È giusto ricordare che, soprattutto chi apparteneva alle classi più povere, probabilmente solo raramente aveva modo di consumare tali alimenti nella vita civile.  Per chi fosse interessato a vedere un po’ di immagini segnalo la possibilità di iscriversi al gruppo facebook “WW1 Scatolette e Bottiglie della Grande Guerra 1915-1918”. Ogni volta che ci si trova in mano uno di questi oggetti il pensiero si rivolge a chi ne ha fatto uso più di un secolo fa. Trattandosi delle razioni di riserva sono state sicuramente consumate in condizioni particolarmente difficili, in cui la fame si faceva sentire, quando infuriava un bombardamento o una tempesta di neve per cui non poteva arrivare un pasto caldo da consumare nella gavetta. Diventava così importante riuscire a scaldare il pasto e per questo si ricorreva all’uso di piccoli fornelletti che come combustibile usavano gli “scaldaranci”, dei rotolini di carta imbevuti nella paraffina. Presto anche lontano dal fronte ci si accorse dell’importanza di questo sistema per portare un po’ di conforto ai soldati, così ci si organizzò in quasi tutti i paesi per raccogliere la carta e produrre gli scaldaranci da inviare al fronte, tanto che nacque “L’Opera Nazionale dello Scaldarancio”. I nostri compaesani dell’epoca aderirono all’iniziativa, come testimonia un articolo di Libertà del 28 dicembre 1916: “Per iniziativa dell’Assessore delegato all’Istruzione gli insegnanti delle Classi Superiori Elementari, hanno accettato di buon grado di raccogliere gli scolari in determinati giorni di vacanza per far preparare scaldaranci pei nostri soldati”

Escursione al Cristallino di Misurina

Tra gli argomenti che desidero affrontare negli “articoli” che, come accennavo, non saranno obbligatoriamente legati a Borgonovo, ci sono le escursioni, prevalentemente nelle dolomiti, nei luoghi dove si è combattuta la grande guerra. Inizio con questo resoconto, già apparso su “La Collegiata”, relativo ad una mia camminata della scorsa estate.

Croce di vetta del Cristallino, verso la Croda Rossa d’Ampezzo

Ultima settimana di agosto, dolomiti orientali, al confine tra Val Pusteria e Cadore. La montagna, dopo il covid, è stata presa d’assalto dal turismo di massa, in alcune località sono già stati necessari provvedimenti per limitare il numero dei turisti, al fine di evitare un impatto non più sostenibile dall’ambiente. Purtroppo, molti dei nuovi turisti non hanno nemmeno le competenze per affrontare la montagna, numerosissimi infatti sono i casi di interventi di soccorso denunciati dal Soccorso Alpino, con tantissime chiamate senza un reale bisogno; si sono verificati anche tanti episodi di comportamenti sgradevoli nei confronti di gestori di malghe e rifugi. Di fronte a tutto questo, per fortuna, la montagna offre ancora la possibilità di trovare tanti posti rimasti tranquilli anche nelle vicinanze dei luoghi più affollati. È così che, con una giornata meravigliosa, decido di salire sul Cristallino di Misurina, partendo dal sentiero che inizia dal Ponte sul Popena, lungo la strada che da Dobbiaco sale verso Misurina. Partendo un po’ prima delle otto c’è ancora qualche posto libero nel parcheggio e con il fresco percorro il sentiero che risale l’alta val Popena; superando prima il bosco e successivamente la mugheta, mantengo la destra finché una deviazione, diventata da pochi anni sentiero CAI, risale la “valle delle baracche”. Oltre alle pareti del gruppo del Cristallo che mi accompagnano fin dalla partenza, si possono ammirare ora anche le Tre Cime di Lavaredo. Presto risulta evidente che il tracciato segue la vecchia mulattiera della grande guerra; superati numerosi tornanti, giungo ai piedi della parete. Per seguire il nuovo tracciato ufficiale occorre percorrere una breve e semplice ferrata, ma è opportuno avere l’apposito set per assicurarsi; io decido di percorrere invece la vecchia traccia che conosco da prima che venisse realizzata la ferrata. Dopo un primo passaggio di pochi metri di arrampicata in discesa, seguendo i bolli rossi ormai sbiaditi risalgo il canalone che richiede passo fermo e qualche passaggio di primo grado, senza essere mai esposto.
Osservo sempre bene il tracciato per avere chiaro, quando dovrò scendere, quali sono i passaggi più comodi e sicuri. Date le condizioni del terreno, bisogna evitare in ogni caso di trovarsi su questo itinerario con la pioggia o nelle nuvole, per cui la giornata deve essere del tutto sicura. Mi ricongiungo quindi all’arrivo della ferrata, il sentiero segue il vecchio tracciato di guerra; ovunque sono presenti i sostegni in ferro e legno dell’epoca, in molti punti il sentiero è letteralmente scavato nella roccia, spesso ci sono gradini. Se oggi si può salire in modo abbastanza agevole è proprio grazie al lavoro dei nostri soldati più di un secolo fa; ogni tanto lo sguardo si posa su un piccolo chiodo da scarpone perso durante il loro passaggio. Incomincio ad incontrare le prime baracche, c’è di fatto un intero villaggio. La zona era importante soprattutto per gli osservatori di artiglieria. Una galleria termina con una feritoia che offre una bellissima vista sulla valle di Landro fino alla Pusteria. Impossibile non pensare alle condizioni di vita dei nostri soldati in quei luoghi, soprattutto nei freddi inverni della guerra. Dopo la cresta fortificata il sentiero sale, ancora qualche breve passaggio di arrampicata e si raggiunge la croce di vetta a 2775 m, dopo più di tre ore di cammino e circa 1200 m di dislivello; c’è anche una piccola statuetta raffigurante la Madonna. Sono il primo a salire, la pace è totale, si ode solo qualche rumore lontano. Nonostante il periodo, in tutta la giornata salirà solo una decina di persone. Resto quasi tre ore sulla cima, sia per riposarmi che per assaporare lo splendido panorama. La Croda Rossa
d’Ampezzo di fronte alla croce di vetta è spettacolare, come le vicine e severe pareti del Cristallo e, più lontane, le Dolomiti di Sesto e del Cadore. Si vedono, ancora imbiancate, le cime dell’Austria in lontananza. Parlo un po’ con gli altri escursionisti che salgono, ci si scambiano informazioni su itinerari simili nella zona, lontani dalla folla ed in luoghi altrettanto spettacolari. Chi sale per la prima volta resta stupito dalla bellezza del panorama e dalla tranquillità. Non si tratta di un itinerario per tutti, ma allo stesso tempo non servono capacità alpinistiche, solo in qualche punto occorre fare qualche piccolo passaggio di arrampicata. L’importante è avere passo sicuro ed essere abituati a camminare su sentieri poco frequentati, esposti ed avere un buon senso dell’orientamento, oltre ad essere attrezzati in modo corretto. La fatica è ripagata dalla vista che si gode dalla cima, ma anche durante tutto il percorso, oltre che dalla quiete che regna in quei luoghi. Non verrebbe voglia di scendere ma meglio avere qualche ora di luce di margine, in caso di imprevisti. Data la tipologia del terreno a cui bisogna comunque fare attenzione, i tempi della discesa non sono molto diversi da quelli della salita, occorrono quasi tre ore. Proprio quest’ultimo aspetto obbliga a rispettare anche ritmi più lenti, a cui non siamo più abituati nella vita di tutti i giorni. L’ascensione al Cristallino di Misurina è quindi da consigliare a chi, con una sufficiente esperienza di montagna, desideri trovare un luogo di pace, allontanandosi dalle mete più affollate.

Inizio di un nuovo cammino

Quale giorno migliore per inaugurare i lavori per questo nuovo sito, se non il 4 novembre?

Inizio oggi i lavori per questo nuovo sito, dal momento che “cadutiborgonovo.altervista.org”, a causa dell’evoluzioni delle tecnologie web, è obsoleto e non più aggiornabile.

In questa prima fase saranno continui i rimandi al vecchio sito, i cui contenuti verranno, pian piano, inseriti in questo.

Si aggiungerà la possibilità di scrivere articoli che compariranno sulla homepage, come un blog. In questo nuovo spazio non si tratterà solo di Grande Guerra legata a Borgonovo, ma darò spazio anche ad altre mie attività legate alla memoria e ad altri argomenti che possono avere un legame con il tema del sito, la cui parte strutturata sarà sempre inerente al legame Borgonovo – Grande Guerra.

All’opera!