Sul Monte Grappa col Coro Tridentina

Domenica scorsa ho avuto modo di partecipare ad una emozionante giornata sul Monte Grappa con il coro della Brigata Alpina Tridentina, accompagnato dalla mia ragazza Elisa. Insieme a noi c’era il coro dell’Orobica con il quale ci eravamo esibiti la sera prima in un concerto dedicato a Don Bruno Pontalto e presentato da Bepi de Marzi. A farci da guida durante la visita al Sacrario la nostra amica Viola oltre ad alcuni volontari della sezione Montegrappa e due alpini in armi. Una breve cerimonia per la deposizione di una corona d’alloro in ricordo a tutti i Caduti e qualche canto improvvisato, spesso con la voce interrotta dall’emozione.

Per immergervi nelle emozioni della giornata vi invito a guardare il video realizzato e pubblicato da Elisa su Facebook con il contributo di foto e video di Luigi Rognone, Susanna Marcellin e Nadege Cavagna

In ricordo del mio bisnonno Francesco

Non potendolo inserire nella parte ufficiale del sito, dal momento che era di Pianello ValTidone, vorrei ricordare qui sul blog il mio bisnonno Dallanoce (Della Noce) Amilcare Francesco.

Nato l’11 aprile 1888 a Pianello V.T., è figlio di Dallanoce Ettore e di Bacci Maria (cfr. atto di nascita).

Fu chiamato e richiamato alle armi più volte.
Il 20 novembre 1909 giunge nel 43° Rgt. Fanteria. Il 31 maggio 1910 è nominato caporale. Il 7 giugno successivo, a Tortona, diventa tiratore scelto. Il 2 settembre dello stesso anno è mandato in congedo illimitato dopo aver tenuto buona condotta e aver servito con fedeltà ed onore.

Chiamato nuovamente alle armi, giunge nel 26° Rgt. Fanteria il 9 novembre 1911.
Parte quindi per la Tripolitania e la Cirenaica imbarcandosi a Napoli il 26 novembre. Rientra in Italia per invio in congedo e sbarca a Genova il 5 agosto 1912. 

Si sposa nel 1913 (cfr. pubblicazione di matrimonio) e nel 1914 nasce la prima figlia, Mariuccia.

Richiamato alle armi per il R.D. del 22 aprile 1915, il 7 maggio raggiunge il 26° Rgt. Fanteria della Brigata Bergamo e il 23 maggio 1915 si trova in territorio dichiarato in stato di guerra.

Il mattino del 16 agosto – giorno in cui il reggimento subisce gravi perdite nel settore di Santa Lucia di Tolmino – è ferito da un’arma da fuoco alla gamba sinistra.

Viene trasportato all’ospedale da campo a dorso di un mulo, potrebbe trattarsi dell’ospedaletto da campo n° 30 di Podravne.

Il nipote ha lasciato la seguente testimonianza scritta sui ricordi della Grande Guerra narrati da Francesco e da altri suoi compagni d’armi.


Interno notte. Una qualsiasi serata invernale, nella seconda metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Intorno al tavolo dell’unico ambiente riscaldato della casa, otto persone trascorrono insieme il dopocena.
C’è il padrone di casa, il mio nonno materno, classe 1888. All’anagrafe del comune di Pianello Val Tidone in Provincia di Piacenza è registrato come Dallanoce Amilcare Francesco, ma tutti in paese lo conoscono come Cicón, “maggiorativo” – se così si può dire – di Francesco. Un appellativo che richiama la sua statura. E non solo quella fisica, visto che i compaesani l’hanno voluto come loro primo sindaco dopo il crollo del regime fascista. È falegname-mobiliere e gestisce un laboratorio artigiano, aiutato da una piccola pattuglia di collaboratori-dipendenti, tutti parenti o amici di lunga data.

C’è sua moglie Perina, Pierina Bozzarelli, classe 1892, sarta.

Ci sono le tre figlie rimaste: la primogenita, Mariuccia, nata nel 1914, non è sopravvissuta ad una peritonite durante la seconda guerra mondiale. Enrica, che ora è la maggiore, è la mia mamma e anche stasera mi ha portato con sé: abitiamo a pochi passi dai nonni e il piacere di stare in compagnia vince il disagio di affrontare l’uscita nella rigida serata invernale. Le altre due figlie, Ettorina e Anna, non sono maritate e vivono in casa con i genitori.

C’è sempre anche uno dei quattro fratelli di Cicón: il calzolaio Pinelu, al secolo Giuseppe Dallanoce, insieme con la moglie Maria, lattaia. Anche loro abitano lì vicino.

Talvolta, nella piccola stanza trovano posto anche Gustu, Augusto Rossetti, con la moglie Neta, Anna, sorella della mia nonna Perina.
Sul tavolo c’è un po’ di frutta secca e, se butta proprio bene, qualche caldarrosta preparata al momento sul piano rovente della cucina economica a legna.


Il programma della serata è tacitamente stabilito.
Prima una carrellata sulle più importanti novità del piccolo borgo, a cui contribuiscono tutti i presenti, non tralasciando qualche gustoso pettegolezzo.


Poi qualche accenno alla situazione politica nazionale da parte degli uomini che hanno ascoltato il giornale radio e, se è domenica, hanno letto – magari ad alta voce, ad uso dei tanti analfabeti presenti – il quotidiano messo a disposizione dal gestore del bar, dove hanno trascorso alcune ore per un caffè e per una partita a carte con gli amici.

Infine, la narrazione più attesa: gli uomini, tutti reduci della Grande Guerra, ripetono per l’ennesima volta le loro storie di partecipazione a questo evento.


Sono previsti due capitoli.

Il primo riguarda le storie condivise. Tutti concorrono a comporne i paragrafi: la guerra di posizione con le trincee, i reticolati, le gallerie, i gas asfissianti, i lanciafiamme; gli assalti frontali al grido di “Savoia!”, con i carabinieri alle spalle pronti a sparare su chi si attarda; l’urlo della mitragliatrice (la “grande falciatrice”), il sibilo dei proiettili in arrivo e dei temutissimi shrapnel; le migliaia di caduti per la conquista-difesa-perdita-riconquista di una posizione, spesso avanzata solo di pochi metri rispetto al punto di partenza dell’attacco; le sofferenze e la morte per il freddo e per le malattie; i rapporti tra soldati, che spesso faticano a capirsi perché parlano dialetti diversi e spesso non conoscono la comune lingua nazionale…


Poi il capitolo che riguarda gli episodi salienti delle storie personali. Quando tocca al nonno Cicón, i paragrafi sono immancabilmente tre: la cattura del prigioniero, la ferita subita durante un assalto sul Monte Santa Lucia (riva destra dell’Isonzo, nei pressi di Tolmino), il successivo servizio a Genova come operaio in una grande industria produttrice di materiale bellico.


La cattura del prigioniero. Durante uno degli attacchi italiani alle posizioni nemiche sulle pareti ripidissime del Monte Santa Lucia, interrotte da sbalzi frequenti, per sfuggire al tiro avversario il nonno si getta a capofitto in un avvallamento del terreno. Appena riprende il controllo si trova davanti un soldato austro-ungarico. D’istinto e impaurito, Cicón gli punta contro il fucile, urlandogli di non muoversi. Non si è accorto che l’uomo è disarmato e leggermente ferito. Terrorizzato dal piglio dell’italiano e forse anche dalle voci che i nostri avessero l’ordine di non fare prigionieri, il soldato nemico supplica, gridando a sua volta, di non sparare. Lo fa, ovviamente, in una lingua incomprensibile per il nonno, il quale ha piuttosto l’impressione di essere minacciato. Il nemico si rende conto che l’italiano non ha capito. Smette di urlare, fa vedere le mani nude, lentamente con la mano destra toglie qualcosa dalla tasca interna della giubba e la porge a Cicón: è la foto della sua famiglia, che lo raffigura insieme con la giovane moglie e i tre figli. Il messaggio, questa volta, arriva al nonno chiaro e forte: «Non uccidermi, c’è chi mi aspetta e ha bisogno di me». Cicón abbassa un poco la guardia e mostra a sua volta la foto della sua famiglia. Poi, ancora guardingo, a gesti, chiede al nemico se ha sete e fame. Quello mostra la borraccia e il tascapane vuoti. Trascorrono così, stesi uno a fianco dell’altro, le ore seguenti, dividendo le razioni che il nonno aveva con sé. Poi, a battaglia finita, il nonno lo accompagna al punto italiano di raccolta dei prigionieri. È l’estate del 1915. Cicón conclude sempre la narrazione di questo paragrafo dichiarando che il soldato nemico aveva così evitato tre anni di combattimenti e dicendosi convinto che fosse tornato sano e salvo alla sua famiglia, alla fine della guerra.


La ferita. Lo scenario è sempre quello del Monte Santa Lucia. Il 16 agosto del 1915, durante l’ennesimo attacco, Cicón è colpito alla coscia sinistra da un colpo di fucile nemico. Il proiettile ha attraversato la carne dall’interno verso l’esterno, fuoriuscendo dall’altra parte: il nonno non riesce a reggersi in piedi e perde molto sangue. Il combattimento infuria e lui, per proteggersi meglio, riesce a scivolare in una buca. Qui cerca di tamponare la fuoriuscita del sangue utilizzando il pacchetto di medicazione in dotazione. Il tempo trascorre inesorabile. La battaglia si va spegnendo. Si sta facendo sera. Comincia a temere per la vita. Ad un tratto riconosce il familiare rumore degli zoccoli dei muli. Si stanno avvicinando, gli sembra che siano diretti verso le linee italiane, ma potrebbero essere nemici. Non può essere visto, acquattato com’è nella buca. Ma lui non osa chiamare: se non fossero i nostri? Ad un tratto percepisce delle voci umane. Non sembrano straniere, anzi, hanno un alcunché di familiare. Quando si fanno vicine non ha più dubbi: sono italiane, anzi valtidonesi! Riconosciuto il proprio dialetto, comincia a gridare per segnalare la sua presenza e poco dopo gli appare il volto stupito e sorridente del compaesano e amico Costante Massari. È lui che lo carica sul mulo e lo trasporta all’ospedale da campo dove Cicón riceve le prime cure e da dove è poi inviato nelle retrovie. Come per l’episodio della cattura del prigioniero, il nonno conclude sempre questo paragrafo sottolineando la grande straordinaria fortuna che lo ha baciato, salvandogli la vita. E con un pensiero ai tanti compagni d’arme che invece non hanno fatto ritorno.


In fabbrica. Dopo varie vicissitudini, il 6 ottobre 1916 il nonno è assegnato al 90° Rgt. Fanteria, di stanza a Genova. Qui è impiegato come operaio all’Ansaldo, dove è in atto una corsa titanica alla produzione di armamenti. Lontano dai pericoli dei combattimenti, Cicón si sente però ancora coinvolto nello sforzo bellico e partecipe di quei cambiamenti epocali che si stanno svolgendo sotto i suoi occhi. Lui, piccolo artigiano, si trova ad operare in una grande fabbrica che applica tutti i processi produttivi tipici della rivoluzione industriale. Lontano dal piccolo borgo natio, impara a conoscere una grande città, dove la sua coscienza nazionale matura ulteriormente, recuperando e facendo evolvere le esperienze fatte al fronte. Anche i suoi orientamenti politici trovano lì un fertile terreno di coltura. Vuol condividere quest’esperienza con la famiglia e fa venire a Genova anche la moglie e la figlia, che rimarranno lì fino alla fine della guerra. Cicón, a chiosa di questo paragrafo, commenta sempre che l’immane tragedia della guerra lo ha toccato solo “di striscio”, riservandogli anche l’opportunità di crescere come persona e come cittadino.


Con queste loro narrazioni, ogni volta i tre reduci testimoniavano, a se stessi e agli altri, quanto la Grande Guerra avesse inciso profondamente nella vita di tutti e avesse rappresentato un momento di discontinuità davvero radicale con il passato. Nel 1911 avevano combattuto in Tripolitania e Cirenaica: ma i ricordi di quei fatti d’arme non avevano per loro la stessa intensità, lo stesso “spessore” di quelli riportati dalla Grande Guerra. Le “ferite” della guerra fratricida appena conclusa, poi, erano ancora tutte aperte: ancora da elaborare e non avevano certo bisogno di essere ricordate.
Narrando le loro piccole storie della Grande Guerra manifestavano la consapevolezza di essere stati partecipi di uno straordinario processo evolutivo della grande storia.
Ascoltandoli, anche se ero in età giovanissima, ho sempre avuto la vivida impressione di assistere ad una sorta di liturgia. La ripetizione negli anni dello stesso “rito” ha lasciato in me questo segno, anche se, ovviamente, solo più tardi ne ho maturato la consapevolezza.

Vacanze di lavoro sul Monte Piana in tempo di covid

Ripropongo l’articolo uscito su La Collegiata nel 2020 relativo ai lavori sul Monte Piana, da allora poco è cambiato, purtroppo è venuto a mancare il supporto logistico del 6° Alpini, che comunque resta sempre in collegamento con la nostra associazione per collaborazioni istituzionali

L’Associazione Volontari Amici del Monte Piana, di cui faccio parte, si occupa della manutenzione e dell’ampliamento del museo all’aperto durante le prime due settimane di agosto, col il solo scopo di “Non dimenticare”. Quest’anno, a causa della situazione che stiamo vivendo, fino all’ultimo non c’è la certezza della possibilità di fare il campo ma, finalmente, giungono le autorizzazioni di Comune e Prefettura e dal 1 al 17 di agosto possiamo svolgere la nostra attività.

Sono trascorsi più di vent’anni dalla prima volta che sono salito come volontario sul Monte Piana, la cima dolomitica, aspramente contesa tra il 1915 e il 1917, che si trova a cavallo tra il comune di Auronzo di Cadore (BL) e di Dobbiaco (BZ).

Di fondamentale importanza è, come sempre, il supporto del 6° Reggimento Alpini che mette a disposizione le tende per il refettorio e ci aiuta a portare materiali al campo e a fare il primo indispensabile cario di acqua; dal momento che ci troviamo sulla cima di una montagna a 2325 m di quota non ci sono sorgenti e l’acqua va portata da valle! Data la situazione anche abbastanza precaria del nostro campo non ci vengono date particolari restrizioni per il Covid, se non le regole generali, ma decidiamo comunque di limitare l’accesso ai soli volontari che possono garantire un periodo di almeno una settimana evitando le numerose brevi visite e quindi diminuendo le occasioni di incontro. Se questo aspetto impedisce di rivedere qualche amico, rende molto più gestibile la logistica del campo con una presenza media di una quindicina di persone, che per lo più sono anche gli “storici”. Questo aspetto rende ancora più bello il tutto perché l’affiatamento del gruppo è ancora maggiore, visto che per lo più si è con amici con i quali negli ultimi 10-20 anni si sono condivisi i momenti più belli ma anche i più difficili della vita del campo. La particolare situazione che ci aveva tutti isolati nei mesi precedenti fa si che vivere queste due settimane a stretto contatto con alcuni degli amici più cari sia  ancora più importante che negli altri anni e ancora più difficile sarà il distacco al termine del campo. Terminate le fasi dei primi giorni di montaggio del campo ci si può così dedicare alla manutenzione delle trincee, ripulendole da terra e sassi che sono caduti soprattutto dopo lo scioglimento della neve. In pochi giorni il percorso turistico è nuovamente percorribile senza ostacoli, così si può procedere con i nuovi lavori: una parte di noi si dedica alla sistemazione della baracca-magazzino dove lasciamo il nostro materiale durante l’anno mentre una squadra, quest’anno numericamente esigua, si occupa dell’ampliamento del museo. In particolare ci si dedica alla pulizia di alcuni baraccamenti vicinissimi alle prime linee, in un settore dove la distanza tra le trincee avversarie è di soli 25 metri. Pochi i ritrovamenti quest’anno ma qualche testimonianza delle condizioni di vita dei nostri soldati ci accompagna sempre, con un particolare pensiero a tutti i Caduti. Con la riapertura di un bellissimo passaggio a volta, scavato dai nostri soldati più di 100 anni fa, rimettiamo in collegamento le trincee con questi baraccamenti, invitando così i turisti a raggiungere un settore poco visitato ma particolarmente affascinante anche dal punto di vista ambientale. Scaviamo accompagnati dalla costante vista delle Tre Cime di Lavaredo in primo piano mentre siamo circondati da un’infinità di stelle alpine e di altri fiori alpini, motivo per cui bisogna avere la massima cura anche dell’ambiente mentre eseguiamo i nostri lavori. Non mancano le visite dei turisti ai quali forniamo tutte le indicazioni storiche e turistiche necessarie oltre ad un riparo in caso di pioggia. Con l’aumento della frequentazione della montagna, soprattutto in questo particolare anno, si nota che molti turisti purtroppo non sono adeguatamente attrezzati e spesso intraprendono itinerari al di sopra delle proprie capacità, è doveroso raccomandare la massima prudenza e soprattutto di percorrere le nostre meravigliose montagne solo con un adeguato equipaggiamento. Non è mancato un intervento da parte del soccorso alpino richiesto da alcuni turisti che, già col buio, si sono trovati in cima alla montagna senza sapere dove andare.  Quando la massa dei turisti si allontana però il tutto diventa magico, ricordo uno degli ultimi pomeriggi quando ormai le luci incominciano a cambiare e contempliamo il panorama che spazia per chilometri dalle Tre Cime, al Cristallo alla Croda Rossa e decine di altre cime dolomitiche e in questo immenso spazio non si sente il minimo rumore se non il leggero vento; non mancano poi le nottate con le stelle cadenti. Una delle ultime mattine un altro splendido regalo, ci alziamo presto per mostrare l’alba a due tedesche che abbiamo ospitato la sera prima al campo e i colori sono fantastici. Il sole sorge dietro al Monte Paterno infuocando il cielo mentre verso la Val Badia imperversa un temporale rendendo il cielo di un colore indescrivibile, si viene così a formare uno splendido arcobaleno completo che unisce Monte Cristallo alla Croda Rossa. Impossibile rendere tutto questo con mille foto e ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati e che grande dono sia essere protagonisti di tutto questo.

Monte Nero

Il 7 marzo scorso, il coro della Brigata Alpina Tridentina, durante il concerto in San Giovanni a Piacenza ha ricordato l’Alpino piacentino Mario Tinelli di Gazzola leggendo una delle sue lettere. Mario faceva parte della 36^ Compagnia del Battaglione Susa che ha partecipato alla conquista del Monte Nero. Al momento non sappiamo se ci sono Borgonovesi che hanno partecipato a quell’assalto, ma dal momento che la maggiorparte dei nostri Alpini erano nel 3° Reggimento, è probabile che ci fosse qualche nostro compaesano.

Carissimi genitori, vi faccio sapere mie notizie. Mi trovo bene e così spero di voi tutti in famiglia.

Vi faccio sapere che i soldi li ho ricevuti, ma dove mi trovo adesso non è proprio possibile spenderli. Se rimarrò ferito mi faranno molto comodo, se morirò ve li manderanno a casa tutti, ma spero di non morire; restare ferito sì, morire no.

Cari genitori non preoccupatevi molto se non vi scrivo tanto spesso, perché, qui, ci troviamo isolati e non si trova né carta da scrivere, né cartoline. Quando mi scrivete mandatemi un po’ di carta da scrivere, se potete.

Cari genitori, adesso mi trovo in un posto che fa caldo, è in pianura e noi siamo sempre in trincea, tutto il giorno, perché se si va fuori fischiano subito le pallottole. Io sto molto attento.

Cari genitori, a fare fatiche non mi rincresce, basta che possa venire ancora una volta a casa, ma ho paura che questa guerra finirà quando non ci saranno più soldati.

Cari genitori, non dovete pensare a me, perché adesso ci sono tutti in guerra, anche le classi vecchie, perfino quelli del ’78. Questa gente anziana hanno a casa cinque o sei bambini da mantenere. Hanno veramente più pensieri di me, ma io non ci penso più ormai, ci sono in mezzo….

Cari genitori, qui in guerra, abbiamo di bello solamente una cosa: le sigarette. Ce ne danno fin che vogliamo e noi fumiamo sempre, intanto che parliamo tra noi di chi andrà ancora a casa, di chi rimarrà ferito, di chi rimarrà morto, cosa faremo ed intanto il tempo passa.

Cari genitori, scrivo sempre agli zii Adolfo e Luigi, anche loro mi scrivono, scrivo sempre anche alla nonna e lei mi risponde sempre. Cari genitori, se non fosse venuta la guerra sarei ancora casa, invece sono già tre mesi che sono al fronte e sette mesi che sono soldato. Adesso chiamano altre classi perché qui occorrono soldati.

Non è una guerra come quella di Tripoli, questa. Qui gli austriaci sono più bravi di noi a fare la guerra.

Sul Monte Nero abbiamo visto più di mille soldati austriaci prigionieri: sono gente come noi, forse più religiosi di noi. Ai margini delle strade abbiamo trovato dei Mistadeli e delle Cappelle. Sono gente come noi.

Addio, un saluto a tutta la famiglia. Sono sempre il vostro figlio Mario.

Questi che vi mando sono i fiori degli alpini. Guardate pure lì da voi, senza dubbio non ne troverete. Datene uno anche a Maria del padrone e salutatemela. Salutatemi anche sua mamma, tutti quelli della corte, i miei zii e i cugini. Speriamo di vederci ancora. Mi fa piacere che restiate ancora a Gazzola.

Caro fratello, ho inviato una cartolina a Vittoria senza scrivere il mio nome sulla cartolina. Ho messo soltanto: indovina chi ti scrive? Fammi sapere se ha indovinato. Addio.

Alpino Mario Tinelli

36^ Compagnia, Battaglione Susa, 3° Reggimento Alpini

Caduto il 23 ottobre 1915 sulle pendici del monte Vodil, dopo essersi offerto volontariamente di sostituire un altro soldato, padre di quattro figli, inizialmente designato.

Concerto del Coro della Brigata Alpina Tridentina a Piacenza

Sabato 7 marzo alle 20.30, in San Giovanni in Canale, ci sarà un concerto del Coro della Brigata Alpina Tridentina. Organizzato dalla Sezione ANA di Piacenza nel 130° anniversario della battaglia di Adua, quando il Capitano piacentino Pietro Cella si meritò la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita ad un Alpino.

Le offerte raccolte nella serata saranno devolute al Centro Aiuto alla Vita “Chiara Corbella” – Piacenza. Vi aspettiamo numerosi e portate tanti amici!!!

Un testimone vivente della Grande Guerra: il cirmolo delle Tofane

Cortina d’Ampezzo, 26 agosto 2019. Da anni sapevo dell’esistenza del “cirmolo garitta”, ma solo grazie ad un articolo recentemente uscito su una rivista specialistica ottengo qualche indicazione utile per raggiungere questo “reduce” della prima guerra mondiale ancora in vita.

Lasciata l’auto nei pressi dell’Ufficio Informazioni del Parco Naturale Dolomiti d’Ampezzo in località Pian de Loa, procedo per una comoda stradina, al momento percorsa da pochi escursionisti ma che nelle ore centrali della giornata si affolla con i numerosi turisti che vogliono immergersi tra i bellissimi e tranquilli prati e boschi del parco ampezzano, solcati dalle acque azzurre del torrente Boite. Solo una minima parte dei visitatori immagina che proprio in questi luoghi si sono svolti alcuni violentissimi combattimenti durante la Grande Guerra; di fronte a me la Croda d’Ancona con la parete verticale del Son Pauses ricorda gli inutili sacrifici dei nostri soldati che mai riuscirono a raggiungere quelle postazioni come ricorda il canto “Eravamo in ventinove/ ora in sette siamo restà / e gli altri ventidue/ sul Son Pauses li han mazzà”.
Sempre su comoda mulattiera entro nella valle di Fanes e incomincia la salita nel bosco, dove un occhio attento può individuare le tracce delle trincee. Raggiungo così la spettacolare località di Ponte Alto, dove un ponte attraversa la profonda forra scavata dal Rio Travenanzes e da cui si possono vedere le altissime cascate di Fanes. Mi incammino quindi lungo la val Travenanzes e dopo poco costeggio un laghetto alimentato da una sorgente di acqua tiepida che impedisce la formazione del ghiaccio anche in inverno, mentre nei boschi sopra al sentiero si possono scorgere ancora le tracce dello sbarramento austriaco di Fanes.
Ancora un po’ di cammino e si deve abbandonare il sentiero. Volutamente non indico la posizione e la direzione da prendere, per preservare questo luogo molto delicato. Da questo momento non si tratta più di una comoda passeggiata, ma di una vera avventura, riservata a chi è abituato a muoversi in un ambiente alpino di media montagna fuori dai sentieri segnalati. Si raccomanda quindi di essere provvisti di tutta l’attrezzatura necessaria e di registrare una traccia gps, che potrà essere indispensabile per il ritorno in caso di necessità.  

Risalgo quindi il bosco fino ai piedi di una parete da superare, individuo il passaggio consigliato dall’articolo ma, dopo un’attenta valutazione, ritengo che seppur fattibile non sia prudente seguire questa strada, soprattutto per la discesa del ritorno. Decido allora di tentare un’alternativa che, fortunatamente, riesco a trovare, riprendendo così la traccia indicata.

Ai piedi di un ghiaione una stufa in metallo testimonia la presenza di una baracca, abitata probabilmente da un numero molto limitato di soldati come indicano le rare testimonianze belliche presenti nella zona.


Seguendo le poche tracce che si intuiscono tra le rocce, gli ultimi alberi e i mughi che, a causa dell’altitudine, ormai diventano predominanti, giungo ad una postazione scavata nella roccia. Da una parte una breve galleria termina con una feritoia in cemento, probabilmente per una mitragliatrice, che domina lo sbarramento di Fanes; dall’altra sono ancora presenti i resti delle pareti in legno di una baracca quasi sospesa nel vuoto, sul vallone che scende dalle Tofane.

Qui termina il percorso e mi accorgo di non aver individuato il mio obiettivo principale, provo così a ritornare sui miei passi ed ecco che a poche decine di metri si erge tra i mughi il tronco del cirmolo. Il pino cembro, incredibilmente ancora in vita, è stato scavato al suo interno nel 1915 da un alpino, per includerlo in una baracca. Una feritoia nel tronco permetteva di osservare le linee nemiche stando al riparo. Il tutto è molto delicato, motivo per cui il percorso non è segnalato, per evitare che sia raggiunto da troppe persone.


La lettura del libro di vetta lascia capire che difficilmente più di venti persone all’anno raggiungono tale postazione, per lo più si tratta di persone accompagnate da guide locali.
È difficile descrivere le emozioni che si provano in questi luoghi, completamente isolati dal resto del mondo e dove il tempo pare essersi fermato ad un secolo prima. Impossibile non pensare agli autori di quei piccoli manufatti che hanno vissuto in quel luogo anche nelle condizioni climatiche più proibitive, viene spontaneo mettersi sull’attenti e recitare la Preghiera dell’Alpino in loro memoria.

Faccio fatica a staccarmi da quel luogo, ma le condizioni meteorologiche iniziano a cambiare e non è il caso di farsi trovare con il brutto tempo lontano dai sentieri. Ritorno sui miei passi e senza troppe difficoltà ritrovo il percorso della salita e raggiungo il sentiero principale che mi riporterà al punto di partenza, arricchito di un’esperienza molto particolare.

Memoria in musica a Treviso

Lo scorso fine settimana, con il coro della Brigata Alpina Tridentina, ho la possibilità di partecipare ad una trasferta nella bellissima città di Treviso.
Il concerto ufficiale vede la partecipazione del coro ad una serata organizzata dall’Associazione Vulnus durante la quale ai canti, dedicati prevalentemente al ricordo degli Alpini e della prima e della seconda guerra mondiale, si alternano alcuni interventi che illustravano la storia della metodologia di cura delle ferite, dai tempi degli Antichi Egizi fino ai giorni nostri, con interventi molto interessanti soprattutto per chi non era addetto ai lavori. La serata termina con una bella cena vissuta in armonia, con nuove conoscenze e ancora tanti canti insieme.
Il momento più emozionante si verifica però la domenica mattina, quando i coristi rimasti in città approfittano della disponibilità e delle competenze di Susanna e di Viola per una visita guidata alla bella città veneta. Dopo varie soste nei luoghi più significativi, giungiamo alla fontana delle tette. Inizialmente sembra una sosta quasi goliardica e ci permette di cantare due bellissimi brani di De Marzi molto apprezzati dai presenti.
Di colpo però l’atmosfera si trasforma… Viola ci racconta che quello era il luogo dove, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, i richiamati al fronte passavano per un ultimo saluto alla città, un’ultima foto, come suo zio, Alpino della Julia, che sarà poi dichiarato disperso durante la campagna di Grecia. Basta un’occhiata tra il direttore e il presidente del coro per intendersi sul da farsi e si inizia ad intonare il Ponte di Perati, nell’ultima toccante prassi esecutiva adottata dal coro da pochi mesi. Si iniziano a vedere gli occhi lucidi tra i coristi e chi ci ascolta e non mancano gli abbracci dopo il canto… Ancora una volta si è reso onore alla memoria dei nostri veci in modo del tutto spontaneo.

Le scatolette raccontano

Percorrendo i sentieri del nostro arco alpino centro orientale spesso si calpestano cocci di bottiglie e si vedono vecchie scatolette arrugginite sparse sui pendii e nei boschi; ciò generalmente porta l’escursionista a pensare che qualche turista abbia abbandonato i propri rifiuti ma, il più delle volte, a torto, in quanto ci si trova in realtà di fronte ai resti del pasto di qualche soldato.

Di fronte a questi indizi spesso basta allontanarsi di poco dal sentiero per trovarsi immersi tra le postazioni della Grande Guerra. Scatolette, cocci di vetro, ossa di animali macellati, ecc. sono tra i ritrovamenti più comuni, a volte coprono interi ghiaioni.
Le scatolette individuali rappresentavano la razione d’emergenza e potevano essere consumate solo dietro specifico ordine dei superiori. Oggi nella maggior parte dei casi si ritrovano del tutto arrugginite e riportano solo la data e qualche scritta impressa sul coperchio ma, soprattutto se rimaste protette sottoterra, possono conservare ancora gli splendidi disegni colorati dell’epoca e sono tra gli oggetti più ricercati dai collezionisti. Proprio questa estate nelle mie ricerche sul fronte dolomitico ne ho rinvenuta una bellissima di tonno che riporta la bellissima immagine di un’alpinista. L’iconografia era molto curata e serviva per lo più a scopo pubblicitario per riconoscere il prodotto ma è bello pensare che portasse un po’ di conforto anche ai soldati stessi che ne facevano uso, portando la mente alla vita quotidiana nelle loro borgate lontane dal fronte. Si trovano rappresentate scene di pesca, di vita nei campi, di sport, di personaggi storici e mitologici, e ancora opere liriche e ovviamente immagini di propaganda. I cibi contenuti erano i più svariati, dalla carne in scatola alle sardine e al tonno, poi mortadella, prosciutto, cotechino, zampone, frutta candita, cioccolato, mostarda, olio, burro, pomodoro, gulasch, ecc. solo citando quelle che ho avuto modo di rinvenire negli ultimi anni. È giusto ricordare che, soprattutto chi apparteneva alle classi più povere, probabilmente solo raramente aveva modo di consumare tali alimenti nella vita civile.  Per chi fosse interessato a vedere un po’ di immagini segnalo la possibilità di iscriversi al gruppo facebook “WW1 Scatolette e Bottiglie della Grande Guerra 1915-1918”. Ogni volta che ci si trova in mano uno di questi oggetti il pensiero si rivolge a chi ne ha fatto uso più di un secolo fa. Trattandosi delle razioni di riserva sono state sicuramente consumate in condizioni particolarmente difficili, in cui la fame si faceva sentire, quando infuriava un bombardamento o una tempesta di neve per cui non poteva arrivare un pasto caldo da consumare nella gavetta. Diventava così importante riuscire a scaldare il pasto e per questo si ricorreva all’uso di piccoli fornelletti che come combustibile usavano gli “scaldaranci”, dei rotolini di carta imbevuti nella paraffina. Presto anche lontano dal fronte ci si accorse dell’importanza di questo sistema per portare un po’ di conforto ai soldati, così ci si organizzò in quasi tutti i paesi per raccogliere la carta e produrre gli scaldaranci da inviare al fronte, tanto che nacque “L’Opera Nazionale dello Scaldarancio”. I nostri compaesani dell’epoca aderirono all’iniziativa, come testimonia un articolo di Libertà del 28 dicembre 1916: “Per iniziativa dell’Assessore delegato all’Istruzione gli insegnanti delle Classi Superiori Elementari, hanno accettato di buon grado di raccogliere gli scolari in determinati giorni di vacanza per far preparare scaldaranci pei nostri soldati”